Ma cosa significa “amare la fotografia”?

7 Aprile 2019 Francesco Merenda

Bologna

La fotografia dilaga

Il merito (o la colpa: ognuno decida come vuole) è probabilmente dei social.
E, magari, del fatto che lo strumento principe della nostra epoca, lo smartphone, banalmente… fa fotografie.

Inoltre la fotografia, rispetto alle altre “arti” è in genere assai più semplice: scattare con uno smartphone o una fotocamera moderna e cavarne qualcosa di… creativo: non solo è più semplice e rapido (di un milione di volte circa) rispetto al realizzare una piccola scultura o un brutto dipinto, ma è anche probabilmente molto più intuitivo e veloce rispetto alla preparazione aritgiana e manuale di un piatto di tortellini.

Se pensate che sia un’iperbole, fate la prova: trovate qualcuno che non sappia nulla né di fotografia né di tortellini e fatelo provare dopo 3 minuti di corso. Poi misurate tempo di azione e risultati!

E quindi, in un’epoca ad alto fattore di ego, di assoluto bisogno di riconoscimento, nulla è meglio di una forma di espressione artistica che non richieda particolare preparazione, che non comporti fatica mentale o fisica e, soprattutto, che non necessiti di perderci troppo tempo per cavarne qualcosa.

Foto: Peggy und Marco Lachmann-Anke


Tutto il ragionamento sembrerebbe perfetto per l’universo dei selfie con la bocca a cuore.

Ma la questione non è soltanto questa, non solo il proliferare delle bocche a cuore via IPhone appunto.
Il rischio, nel condannare social & selfie, è quello di convincersi nel cosiddetto mondo reale le cose stiano in modo significativamente diverso.

Di pensare che la fotografia con ambizione artistica, realizzata con mezzi di più alta dignità, sia per definizione tutt’altro mondo.

La quantità di mostre (la cui quasi totalità dubito serva ben poco al genere umano), di menzioni d’onore, di premi assortiti, di pubblicazioni su riviste più o meno rilevanti, può suggerire qualche idea.

E non credo sia un mistero il fatto che molti fotografanti, che espongono o vengono premiati da qualche parte, non abbiano una chiara idea di cosa siano effettivamente quei numeretti, tipo 2,8 o 5,6.

Ma la parola d’ordine è amare la fotografia.

Raccontare quel concentrato di sensazioni ed emozioni che, solo fotografando, riescono a farci esprimere compiutamente il nostro io profondo.
Quella pace interiore o quel sussulto adrenalinico che solo la fotografia ci procura.

Ma è davvero come sembra?
Cosa vuol dire amare la fotografia?

Parto da me…

Per me, amare la fotografia, sostanzialmente è qualcosa di rivolto all’esterno: sin da adolescente, una buona mostra o un buon libro fotografico, hanno sempre costituito un apprezzato nutrimento.
Insieme alla musica, la fotografia è stata la ciccia della parte artistica del mio tempo.

La fotografia che ho fatto invece (e che faccio) è un’altra cosa.
In questo senso non credo potrei dire che “amo la fotografia”, ma piuttosto che amo “l’atto del fotografare”.
Ovvero la dedizione pratica da una parte, e le relazioni col mondo che spesso si detrminano, dall’altra.
Per questo mai mi sono posto il problema di allestire mostre, partecipare a concorsi, inviare foto a una rivista.

Mi piace passeggiare sui social, ma soprattutto per il tipo di relazione che attraverso questi si determina.
E qui, condividere in qualche misura cose legate alla fotografia, mi pare fondamentalmente innocuo, a patto di non prendere troppo sul serio quello che succede.

Ma in senso più in generale, cosa vuol dire “amare la fotografia”?

Personalmente faccio sempre un po’ fatica a comprendere il senso di questa affermazione.
Nella maggioranza dei casi, l’impressione è che l’amore sia quello, assolutamente legittimo, verso l’autoaffermazione.
In molti altri casi, quello della coltivazione senza condanna della propria vanità. Anche questo, ci mancherebbe, del tutto legittimo.
Nei casi più “depressi”, un modo sufficientemente semplice ed efficace per cercare un riconoscimento sociale, anche se di modesta entità.

Il fatto stesso che oggi imperi il culto del “risultato” la dice lunga.

E che il risultato debba trovare poi riscontro nell’esposizione, nella pubblicazione, nella menzione d’onore, chiude evidentemente il cerchio.


Conta il risultato? Qui qualche considerazione. Leggi l’articolo


Sono cresciuto con l’idea che le parole chiave fossero faccende come “curiosità”, o magari “ricerca” di un qualche cosa che fosse relazione tra il fotografante e il mondo.

E ho la sensazione che altre parole chiave (più attuali) quali “progetto”, “sperimentare”, “creatività”, siano forzature ripetute all’infinito, fino a diventare totem, che portano in realtà a qualcosa di diverso dall’amare (o amar fare) la fotografia.

Qualcosa che potrebbe essere, per esempio, proprio quel mezzo che finalmente permetta una certa dose di autoaffermazione.

Progettare, sperimentare, esprimere creatività: a ben pensarci sono bei concetti, ma che si attanagliano a una certa idea di fotografia e non a un’altra.

Non sono per esempio particolarmente coerenti con l’idea in sé di osservare e raccontare il mondo con le proprie sensibilità.

Ma lo sono in buona misura con quella di dover essere protagonisti, col primo scopo di essere diversi, originali, unici. Ovvero quel bisogno che, un’umanità un tantinello alienata da una vita complessa, desidera più di ogni altra cosa.

Foto di Michal Jarmoluk


Il linguaggio, le dottrine e le liturgie della fotografia attuale condizionano l’azione dei fotografanti molto più di quanto ciascuno, in cuor suo, possa credere.

E il conformarsi di moltissimi circoli, blog, forum ai totem “istituzionali”, altro non fa che alimentare l’appiattimento su un certo approccio, su una certa finalità della fotografia.

Altro non fa che produrre ancor più conformismi, e renderne ogni giorno sempre di più difficile potersene discostare.

Cosa potrebbe fare quindi, un fotografante sincero, che volesse non dico essere “libero” (non esageriamo!), ma perlomeno parzialmente padrone di ciò che fa e che sente?

Non c’è troppo da inventare: probabilmente le ricette stanno già nei pensieri espressi un secolo fa da gente come E. Weston.

Per esempio accettare l’idea che non ci sono scorciatoie.
Ovvero che acquisire un pensiero sufficientemente lucido e critico richiede molto tempo e molta dedizione.
E che questa faccenda non è superflua.

Tempo e dedizione: che servono anche per raggiungere una decente dose di onestà intellettuale, necessaria per rispondersi correttamente quando ci si chiede: “le mie foto valgono una mostra”?

Altro rimedio, se non la capacità di sviluppare senso critico, di imparare a osservare con più lucidità i fenomeni (tipo “l’amore per la fotografia” per esempio), probabilmente non c’è.

Non c’è il tutorial e, difficilmente, troveremo la conferenza illuminante.

E nemmeno ci aiuteranno gli aforismi ricavati dai grandi, che posti al di fuori di un’eperienza ben precisa e contestualizzata, rischieranno di essere semplicemente l’ennesima autoassoluzione ai nostri personali vizi.

Per concludere, tornando alla domanda iniziale, forse vale un concetto eterno e universale.

La differenza, in fotografia come in quasi ogni attività umana, la farà sempre la qualità, la personalità, la sensibilità del protagonita umano.

E il suo rapporto con essa, con la fotografia cioè, sarà esclusivamente figlio di queste qualità, personalità, sensibilità.

Ed è per questo che, forse, quel lavoro lungo e paziente che ci porta a essere umani sempre un po’ migliori e consapevoli, resta il “corso” più importante che un aspirante fotografante dovrebbe frequentare.

FM


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Francesco Merenda

Classe '63, imprenditore, si dedica alla fotografia da oltre 35 anni. E' stato tra i fondatori, nel 2013, dell'associazione La Gabbia Armonica.

Comments (6)

    • Francesco Merenda

      Marzia… piacere davvero per la tua condivisione!
      Un abbraccio

  1. Francesco

    Amare forse è troppo… Mi piace mi fa star bene non sono professionista e dipendente…lo faccio per me.. Quanto voglio quando sento lo stimolo…

    • Francesco Merenda

      Caro Francesco….
      Anche io non so se è amore.
      Ma anche io so che mi fa star bene.
      Cosa volere d’altro? 🙂

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