Un Sogno Che Dovevamo Sognare

20 novembre 2017 Francesco Merenda

Nowa Huta. Kraków

Il nostro è un secolo che pare incapace di sognare. Così come quello che è passato lo è stato, al di la di ogni immaginazione, fino a compiersi in quegli eccessi che oggi sono storia.

Un secolo di ardore, amore e morte. Che ha raffinato la poesia insieme agli strumenti di umana distruzione, in una sublimazione di passioni che continuano ad attrarre, seppure ormai sepolte, come fossero calamite per pensiero e sentimento. Ferme a mezz’aria nel cielo della storia.

Il secolo che ha creduto nella guerra, che ha creduto nella razza, che ha creduto nell’uguaglianza fino al punto di annegare, proprio in questo ideale, quell’uomo stesso che intendeva liberare.

Nowa Huta, a Cracovia, è l’espressione silenziosa e schiva di un pezzo di quel sogno. Un emblema delle Utopie che non si fa notare: passeggiando per i suoi viali senza conoscere la storia, non c’è traccia che con evidenza ci si conceda, per poterne immaginare e comprendere l’emblematico senso.

Un’idea. Un regalo dell’Unione Sovietica alla subalterna Polonia. Un tributo al Grande Padre Stalin. Un quartiere, o piuttosto una città nella città, che fosse un paradiso per quei lavoratori a cui l’Impero tutto, idealmente, era asservito e sempre avrebbe dovuto rimanere tale.

La grande industria, le case per ospitarne le donne e gli uomini, i viali grandi e austeri, in un progetto urbanistico che ancora una volta, e ancor più, esaltasse l’adolescente età dell’Uomo Nuovo che cresceva, cresceva. O perlomeno così pareva, perché la dimensione era quella del sogno. Anche se il tempo del risveglio era vicino.

Un  po’ di Orwell nei grandi viali e le costruzioni grigie. E le contraddizioni, immancabili, incomprensibili eppure ovvie.

Come la grande Chiesa, la “Arca del Signore”, nemica e insieme simbolo di un Socialismo senza dei. Voluta e sostenuta proprio da quei lavoratori che furono, per ironia della sorte, tra i primi a ribellarsi alle regole dell’Impero. Tanto che proprio Nowa Huta sarebbe poi diventata una delle roccaforti del movimento di Solidarność, poco tempo dopo: nel 1980 infatti, i due terzi dei lavoratori delle Acciaierie di Lenin aderivano al suo sindacato.

L’architettura, come arma decisiva per affermare il potere del Popolo. Già ne 1949 il Partito degli Architetti aveva redatto un documento che doveva indicarne le linee guida. Come le grandi Cattedrali dovevano affermare Dio nel medio evo, per altra via, ma allo stesso modo, la nuova dottrina doveva essere celebrata nella sua grandezza.

E come nel medio evo la figura dell’architetto, del “muratore”, doveva essere alla base della costruzione di una coscienza nuova (e chi si intende di esoterismo sa quanto questa idea sia tutt’altro che estinta), altrettanto doveva essere l’architetto a costruire il Paese Socialista, a modificare la coscienza dei cittadini e plasmarne le idee. E quindi ogni strada, ogni edificio, non erano più semplice urbanistica, ma piuttosto il simbolo decisivo di una nuova idea sociale. O meglio ancora, dovevano esserne la grande visione.

Architettura e industria pesante (Nowa Huta significa in polacco nuove acciaierie). Questa la natura, materiale come non mai, ma altrettanto come non mai simbolica, di un luogo austero e calmo. Che non si urla attraverso espressioni o monumenti particolari, che non attrae turisti e non crea suggestioni. A meno che non si senta dentro “quella” storia.

E così, ci si sdraia per un po’ di sole nei prati di fronte alle vecchie acciaierie. Si passeggia nei viali troppo grandi. Ci si trattiene nel mercatino della frutta e della verdura, magari dopo la messa, vista la vicinanza all’Arca.

Con la sensazione che la storia non sia mai stata. O forse, invece, che mai potrà cessare di essere.

Francesco Merenda


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Francesco Merenda

Classe '63, imprenditore, si dedica alla fotografia da oltre 35 anni. E' stato tra i fondatori, nel 2013, dell'associazione La Gabbia Armonica.

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