[1] Tracce

23 Giugno 2016 Francesco Merenda

Di Paola Palmaroli

Cosa lasciamo dietro di noi che non vogliamo più tornare indietro a riprendere? Le orme? No, quelle sono lasciate per farci inseguire, dal tempo, da un passato che scalpita a volte, orme che sprofondano in pantani oppure si fossilizzano nelle rocce, che il mare risucchia e la polvere sfuma fino a far scomparire. Sicuri che le orme servano per farci raggiungere, gli esseri umani paradossalmente lasciano orme dietro di loro per determinare passo dopo passo un percorso simile a quello di Pollicino, composto da molliche di pane inghiottite da uccelli affamati.

Non seguono le tracce del passato, vorrebbero che le orme fossero già il futuro, inscritto ovunque per essere decifrato e percorso. Lasciamo allora i graffiti, le prime fotografie mai scattate sulle pareti delle caverne? Mani, animali, la caccia e la guerra, corpi che danzavano e correvano, il tempo atmosferico e quel segno scaramantico che fissava il vissuto quotidiano come confine da conquistare quando non si riusciva a tradurre in esso un senso diverso da quello impresso dalla casualità e dalla fatalità.

Forse i graffiti hanno tanti segni e simboli quante sono le civiltà che li hanno interpretati e ridisegnati. I graffiti sono pure le finestre aperte o chiuse su pareti di case che assomigliano a volti, costruzioni antropomorfe che racchiudono calore e vita, violenze disumane, creatività, fatica e silenzio, rumore e divertimento. Le case con i loro occhi sono tracce simili a sguardi che una volta incontrati non si dimenticano più! La strada tuttavia rimane la traccia più affascinante mai tracciata da essere umano.

Strade di pietra costruite da imperi che superavano montagne e vallate ancora oggi percorribili. Sentieri segnati dal passaggio degli animali rincorsi da chi doveva sopravvivere cacciandoli e nutrendosi delle loro carni. Acciottolati regolari e sinuosi che simili a correnti di fiumi impetuosi ed irregolari seguivano i percorsi di un agglomerato urbano, le sue evoluzioni od involuzioni, le vittorie e le sconfitte dei suoi abitanti.

Tracce come cubi di porfido sconnessi da ruote di carri o da macchine gigantesche ed improbabili che dovrebbero vincere i deserti e le piste ghiacciate e non il cemento e la pietra dei centri cittadini moderni. Rammento la via della seta, quella del sale, tracce lasciate da spezie e tessuti, da oro bianco e dalla curiosità dell’uomo europeo nei confronti delle civiltà evolute asiatiche. Da Venezia alla Mongolia, dagli Urali all’Oceano Atlantico , dalle steppe asiatiche alle pianure europee, popoli che hanno segnato con il loro incedere nuovi sviluppi demografici, misteri antichi e moderni come gli Etruschi od i Baschi, gli Ugro-Finnici od i Sardi.

Graffiti moderni su mura di case o di palazzine di periferia, confine estremo e laboratorio sperimentale di nuove assonanze di genere e di umanità divelta dal bisogno eppure sempre inquieta e bisognosa di esprimersi, attraverso bombolette spray e nuove metriche urbane.

Tracce come poesie, orme contenenti parole e suoni a volte musica a volte mischiati alla rinfusa in cui scoprire un senso che la vita non ha e l’arte sogna di poter sostituire. Tracce che dai Pirenei alle Alpi, dal Mare del Nord al Mediterraneo, dal porto di Lisbona a Milano, da Palermo a Berlino, seguono vie inusuali e ricche di suggestioni, che le immagini fissano per sempre per evitare alle correnti dei mari e dei cieli di far scomparire tutti quei segni lasciati dagli esseri umani, sulla battigia della propria esistenza.

Graffiti, segni, orme, vie, strade, ponti, ferrovie, cartine geografiche, simboli di ogni tipo che tentano di dare una forma ed una ragione a quei percorsi che senso non hanno se non per chi li ha inventati ed attraversati, vissuti e riproposti ai propri piedi all’infinito. Ecco cosa troverete nelle immagini e nelle riflessioni proposte, chiacchiere e riflessioni che nasceranno da quel senso spettacolare che la vista rende univoco. Un senso unico da non rispettare ma che ama travestirsi da cartello inquisitore per poi non prendersi troppo sul serio pena la fine del viaggio stesso. Tracce, viaggi, segni, graffiti, orme che sono vita, quella vera e non esclusivamente virtuale o sublimata da giochi dell’intelletto che finiscono per raggiungere il mare e perdersi negli oceani più profondi!

Di Paola Palmaroli.

Condividi sui tuoi social

Francesco Merenda

Classe '63, imprenditore, si dedica alla fotografia da oltre 35 anni. E' stato tra i fondatori, nel 2013, dell'associazione La Gabbia Armonica.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Contatti